Nel polverone
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Pantalica non è un luogo, è un’anima fatta di pietra, di memorie che non pensi ma che hai. Pantalica e quello che non c’è, l’invisibile che ti osserva.

Pantalica, letta da Wikipedia, è un sito Unesco dal 2005 per “ l’alto profilo storico, archeologico, ideologico e paesaggistico”. Con vicende alterne qui si sviluppò una civiltà nei secoli tra il XIII e l’VIII sec. a.C. Oggi si va a Pantalica per fare camminate, bagno nelle acque fresche del fiume e osservare questi curiosi fori nella roccia.

La Riserva naturale si stende tra due forre, offre la possibilità di escursioni tra siti archeologici e paesaggi di rocce e alberi.

 

Alcuni anni fa ero in vacanza in Sicilia, con un amico, stavamo andando da Catania in direzione mare verso Marzamemi. A un certo punto guardo fuori dal finestrino “Cosa sono?” puntando il dito “Gli Iblei” “Che posto c’è là?” “Pantalica” “Voglio andare a Pantalica “ “Non c’è il mare” “Non importa”. Un’attrazione istintiva, forse non è un caso che ora mi trovi a vivere negli Iblei.

Stamani ho deciso di completare la mia scoperta e riprendere a Filiporto, lunedì, cielo bizzarro e a seguito del blocco anticodiv, poca gente in giro.

Parcheggio la macchina. Ieri è piovuto. Oggi con il sole a tratti e vento, gli odori che si mescolano, rimango immobile in un turbine di sensazioni fisiche, che mi lanciano in avventure emozionali.

Eh già, ma se tutto è stato bloccato, chi può aver fatto manutenzione o semplicemente aver percorso i sentieri?

Sotto la foresta di erbe altezza 1,50 m ci dovrebbe essere il Palazzo del Principe o Anaktron. Il sito è uno di quei luoghi dove ti senti incoronata di energia e potere.

Quindi decido di raggiungere Filiporto camminando lunga la che costeggia la forra. Negli occhi avevo l’immagine di pareti rocciose scarnificate e riarse, dove finestre nere aprivano mondi ignoti. Oggi tutto verde smeraldo, il cielo plumbeo lascia filtrare raggi di sole, tutto appare e scompare. Tra distese di acanto fiorito, il bianco ombrello dell’achillea e la signorile valeriana, un sentiero sembra percorribile, ma quattro goccioloni pesanti mi fanno tornare. E va bene, oggi è così Mi godrò la passeggiata. Nel silenzio dei pensieri si impone un suono. Avevo notato che il canto degli uccelli dal bosco sull’altra sponda attraverso il canyon mi arriva amplificato, un’eco insolita che sembra sciogliere l’intreccio in un ordinato dialogare pennuto, a circondare questa melodia un suono costante quasi monocorde: il ronzio degli insetti. Tanto è intenso che mi ero immaginata rumore di moto in arrivo. Per un’infinita frazione di tempo, il Tempo non esiste, meglio il mio coincide con quello esatto di coloro che abitarono queste pietre XI sec a.C.. Quel suono vibra ancora tra queste pareti.

Alla fine decido di andare a vedere dove finisca la strada.  All’uscita di Ferla ho visto un cartello che indica senza uscita, senza specificare a quale chilometro, quindi ho chiesto a un signore sibillino, che mi ha risposto “Dopo il punto informazioni del Parco la strada continua ancora un po’, passa dal Palazzo del Principe, va ancora un po’ e poi finisce, lì dove finisce, lo vede perché finisce”. In effetti, la strada porta esattamente dove dovrebbe portare e finisce lì, all’accesso per il fiume Calcinara, la necropoli.

Il sentiero che porta al fiume e risale sull’altra riva è una lunga scala scavata nella roccia, è fattibile, da godersela con calma. Scendere lenti, il canto del fiume, le pareti modellate dalla natura e dall’uomo. Subito si trova la grotta del crocefisso, dove sono appena visibili le tracce di un affresco. Arrivata al fiume, la tentazione di rimanere con i piedi in mollo è forte. La metà del camminare è quella di ripartire. L’umiltà di essere arrivati, il costante transitare, così il cartellone che propone nuove destinazione è un utile invito. Passa da qui anche l’Antica Trasversale Sicula, da Mozia a Kamarina, 640 km di Sicilia. Risalgo verso Sortino.

Sembrava una giornata di vagabondaggio senza senso, mi sono lasciata guidare dai passi e ho trovato la sorpresa

Maria Luisa Bruschetini
Maria Luisa Bruschetini
Mi chiamo Maria Luisa Bruschetini Sono una travel blogger scrivo di turismo e viaggio. La passione per le parole ha radici lontane e variegate. Da adolescente mi sono occupata di cronaca calcistica locale. Poi recensioni musicali, ancora testi per blog dalle erbe aromatiche, alla ferramenta, passando per il caffè, ricette di cucina regionale e anche un manuale di bioedilizia. Dalla mia formazione classica ho preso la mappa dell’Umanità, dai miei studi economici la consapevolezza che in fondo il Mondo gira sulle consuete direttrici, dalla mia terra natia, la Toscana, la forza del simbolo e l’armonia rinascimentale, dal web la fluidità.

8 Comments

  1. Micol ha detto:

    Penso che dovresti raccogliere i tuoi “vagabondaggi” in un libro, sembrano -sono- poesie

  2. Isabella ha detto:

    Bellissima descrizione!Sembra di stare lí

  3. Bonini Franca ha detto:

    Come sempre, quando leggo i tuoi articoli, non leggo, vedo. Vedo quello che descrivi, sono lì con te. Non riesco a distrarmi, tanto mi coinvolge il tuo racconto. Brava.

  4. Judy ha detto:

    Mi hai intrigata. Pensare che ad ottobre ero a Catania, ero sull’Etna, ero a Marzamemi. Ora mi tocca tornare! Ma ben volentieri.
    E come dice Micol scrivi veramente bene.
    Grazie.

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