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Cappella PalatinaPalermo va vista per rimanere a bocca aperta, va conosciuta per capire. Questa Città dal piglio di capitale, appena arrivi lo senti il suo odore di Mediterraneo, morbido e temperato. La sua identità olfattiva che mi era rimasta da una breve visita di un’ora fatta anni fa. Ho deciso, oggi sarà lento, ho solo due mete, la Zisa e la Cappella Palatina, e la presunzione di capire. Ho un paio di appuntamenti, il primo sarà al caffè del Teatro Massimo, sono in largo anticipo. Arrivando ho visto un mercato, ingannerò il tempo dell’attesa tra i banchi. Dalle colonne di Porta Carini si entra nel mercato de Il Capo, il selciato è lucido e scivoloso per la pioggia, l’umidità è trapunta di profumi, aranci, carciofi, fragole, finocchio. Non sono neppure le dieci e il sole inizia ad asciugare, il mercato va affollandosi.

Tra capperi, pomodori e prodotti tipici per turisti inciampo nella Chiesa dell’Immacolata Concezione al Capo. La Chiesa fa parte de Il Circuito del Sacro, il ragazzo sulla porta e la ragazza alla biglietteria mi travolgono con il loro entusiasmo.  “Questa Chiesa non la conosce nessuno, ma è bella, è piccola, non le porterà via molto tempo” … concetto quanto mai relativo.

La Chiesa ha dimensioni piccole, ma richiede tempo per leggerla. Piove in testa una polifonia di marmi e riccioli, in genere la combinazione dei due elementi mi aggredisce, invece no, le colonne sono avviluppate di decori, paliotti d’altare che sembrano bozzetti di scenografie. Le voci dei venditori saturano l’aria, con il giusto tono, sembra una filodiffusione ad hoc. Colpo di fortuna, dalle finestre si vede un cielo grigio, all’improvviso un colpo di luce colpisce le tre statue di marmo, quel biancore esclude tutto il resto. Esco, la ragazza della biglietteria mi chiede se ne sia valsa la pena. “Allora se le è piaciuta, ci aiuti a farla conoscere, per noi è importante”. Avevo deciso che questa giornata palermitana sarebbe stata da tener nel silenzio dei miei pensieri, invece eccomi qui che ne scrivo, ma a lei chi glielo ha detto? Due gruppi di studenti stanno per entrare, una si dice certa che sarà brutta. “Prima di giudicare, entra”. Il mercato è ormai denso, attraverso Via Porta Carini ed entro nella Chiesa di Sant’Ippolito, proprio di fronte. Non certo una Chiesa da turisti, poca e triste luce, pareti con la pittura cadente, un luogo dolente e di preghiera. Dalla sagrestia voci, ho la sensazione di essere entrata nell’intimo di una comunità, sorrido e tolgo il disturbo.

Teatro Massimo è imponente, armonico e solido come una sinfonia. Mentre giro e rigiro mi immagino le Signore ingioiellate nel foyer, abiti lunghi per la Prima, orchestre e musica musica musica. Il Caffè del Massimo è uno dei luoghi rifugio, dove si può leggere, fare chiacchiere e pensare. Saluto la mia amica e mi dirigo verso i Quattro Canti. Via Maqueda l’avevo attraversata un decennio fa, era un blocco di auto maleodorante, oggi è una splendida strada da percorrere con il naso all’insù e godersi i bei palazzi. Qualche minuto e mi diverto ad assistere agli incontri casuali, agli appuntamenti, un vortice, un intrecciarsi di passi. “Ecco il mio Virgilio”, ma qui non è l’inferno, anzi. Andiamo verso il mio desiderio palermitano.

La direzione è quella di Palazzo Orleans, ma visto che siamo di strada, la Cattedrale di Palermo

che oggi osservo da un punto di vista secondario. L’altro lato, il back stage sono approcci, visioni di vita, quando poi il retro è così intrigante. L’esterno della parte absidale è un gioco bicromato di geometrie, rigoroso.

Attraversata la Piazza-giardino della Vittoria, eccoci a Palazzo Orleans, sede della Regione Siciliana e l’annessa Cappella Palatina. Tutte le informazioni lette scompaiono per lasciare spazio solo alla meraviglia. Realizzata tra il 1129 e il 1140 per volontà di Ruggero II di Sicilia, detto il Normanno.

Quello che colpisce ancora prima di vedere è il senso di tranquillità, come l’armonia della luce dorata che chiude una giornata ben vissuta. Le immagini viste, i video, le informazioni tutto scolora per approdare a un sentimento. Stare su una spiaggia, dopo una tremenda burrasca, quando ancora si percepisce l’energia sprigionata e si respira la profonda serenità del dopo. Cammini sulla battigia tra frammenti, conchiglie, semi, arrivati chissà da dove, semi figli di chissà quali rive. Così posso solo cercare di descrivere il mio sentire. La Cappella Palatina è l’essenza, la manifestazione artistica del Mediterraneo, mare di relazioni. Un esperanto di colori, disegni, maestria.

È difficile riemergere e tornare nella quotidianità, vorrei stare qui, ad aspettare che i Santi scendano per raccontare come si vive in questa armonia.

Vicoli, chiacchiere ed ecco Fontana Pretoria, poi Piazza Bellini, la Chiesa Santa Maria dell’Ammiraglio (la Martorana) è chiusa per pausa pranzo e quindi mi tuffo nella minuscola ed essenziale San Cataldo.

Pranzo? Panino e panelle, saluto il mio amico e dirigo al Castello della Zisa. Cielo plumbeo, la temperatura è calata e ogni tanto spruzzi di pioggia, presumo che mi bagnerò.

La Zisa, dall’arabo al-Aziza, la splendida, così è. La sua costruzione iniziò nel 1165, dal 2015 è Patrimonio Unisco inclusa dell’itinerario Arabo-Normanno di Palermo, Monreale e Cefalù. Ai primi passi ti appare un edificio austero e misterioso, come i castelli medievali sanno essere, poi emerge l’anima molteplice. Alcuni esempi di muqarnas, le tipiche decorazioni arabe ad alveare. Gli intriganti mushrabiyya, provenienti dall’Egitto e donati al Museo di Palermo dai fratelli Iacovelli intorno alla metà del 1800. Capolavori di ebanisteria che con le loro trasparenze e controluce creano giochi di sguardi, aria e fantasie.

Una piccola pietra attira la mia attenzione. Una lapide cristiana del XII Secolo scritta in quattro lingue, arabo, ebraico, greco bizantino e latino.

Fuori piove a diluvio, si sta facendo tardi, pioggia o no, devo incamminarmi verso la stazione. Attraverso via colonna rotta. Quello che mi stupisce delle “zone popolari”, in ogni parte del mondo, è la creatività. Le risposte ai problemi di tutti giorni, come case, spesso affollate, interagiscano con il fuori, si fanno strada e rimangono private.

Tra indicazioni, Google maps, traffico bloccato riesco a salire su di un autobus. Ormai è tardi, il treno è perso, quindi scendo e l’unica cosa che puoi fare quando ormai sei zuppo è camminare, camminare e camminare… in questa Palermo che sa di acqua, porto e gente.

 

Maria Luisa Bruschetini
Maria Luisa Bruschetini
Mi chiamo Maria Luisa Bruschetini Sono una travel blogger scrivo di turismo e viaggio. La passione per le parole ha radici lontane e variegate. Da adolescente mi sono occupata di cronaca calcistica locale. Poi recensioni musicali, ancora testi per blog dalle erbe aromatiche, alla ferramenta, passando per il caffè, ricette di cucina regionale e anche un manuale di bioedilizia. Dalla mia formazione classica ho preso la mappa dell’Umanità, dai miei studi economici la consapevolezza che in fondo il Mondo gira sulle consuete direttrici, dalla mia terra natia, la Toscana, la forza del simbolo e l’armonia rinascimentale, dal web la fluidità.

2 Comments

  1. Micol Cimino ha detto:

    Sempre splendida nel riportare, non sono descrizioni ma vita, tangibile, saporita. Grazie

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